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CENNI STORICI
a cura di Luciano Meligrana
Parghelia deve tutto al mare: la sua bellezza, la sua prosperità, che è stata, in passato, frutto della navigazione e del commercio
marittimo e della pesca e, prima di tutto, il nome. Paralia, infatti, è l'antico nome del nostro paese: è una voce
greca, una parola composta che significa spiaggia, litorale. Controversa è la questione dell'origine e della fondazione del
paese. Le prime date certe relative a Parghelia o al suo territorio
risalgono al periodo normanno e sono legate a Sichelgaita, moglie
di Roberto il Guiscardo. la quale, nel 1062, durante l'assedio di
Mileto. si rifugia a Tropea. Pertinenza di Sichelgaita furono il territorio di Bordila, che
si trova nel Comune di Parghelia, e la sua tonnara; quest'ultima
fu, poi, dal Conte Ruggero concessa, nel 1090, “al monastero di
Montecassino e all'abate Oderisio in perpetuo insieme a 10 pescatori”. Nei secoli successivi la storia di Parghelia è connessa con quella
di tutto il distretto di Tropea, di cui il nostro “villaggio” è
uno dei “casali”, riconosciuti come università rurali, dipendenti
in tutto e per tutto da Tropea. A capo dei casali era un sindaco,
con compiti di riscossione e di ripartizione dei tributi. Per quanto riguarda l'organizzazione difensiva, il territorio
era fornito di fortezze in più punti e lungo la costa esistevano
delle torri di guardia, L'Abate Sergio, a proposito di Parghelia,
ricorda le sue mirabili fortificazioni e le sue fortissime 24 torri,
dotate di porte di ferro e di ponti levatoi. Tra le attività economiche di maggior rilievo, quella che più
da vicino riguarda Parghelia è la pesca del tonno, In una supplica diretta al Viceré nel 1577 gli “homini del Casale
di Parghelia distritto della città di Tropea” si autodefiniscono
“tonnarari che si affittano tutte le tonnare del Regno”. Il mare non offriva ai parghelioti soltanto il lavoro e il guadagno:
attraverso di esso giungevano in paese idee di libertà e di giustizia. Nel 1647, infatti, si ebbero anche nel territorio tropeano ripercussioni
dei moti di Masaniello. Leonardo Drago, marinaio di Parghelia, tornato
da Napoli, incitò alla rivolta gli abitanti di Parghelia e quelli
dei casali dintorno. I ribelli presero le armi contro Tropea, che non riuscì ad averne
ragione, anche a causa delle potenti fortificazioni da cui era protetto
il casale di Parghelia, in cui i ribelli trovarono rifugio, la rivolta,
che era diretta, ad un tempo, contro l'assoluto centralismo della
città capoluogo e, anche, contro i privilegi e i beni delle famiglie
nobili di Tropea, si inseriva nel più vasto movimento delle rivolte
antispagnole di quel periodo. Per domare la ribellione il Viceré,
Conte di Ounatte, inviò a Tropea, quale suo vicario, Francesco Carata,
che sottomise i ribelli. Parghelia tu messa a ferro e a fuoco e
i ribelli patirono, alcuni, “la condanna della persona”, altri il
carcere o l'esilio, “mentre altri o n'andarono raminghi, o cessarono
di vivere mendichi, o perdettesi di essi ogni ricordanza”. Il XVII secolo registra a Parghelia altre vicende militari connesse
con il mare. Le scorrerie dei pirati saraceni sulle nostre coste
erano state un flagello per le popolazioni e continuarono per tutto
il '600. Mons. Bartoloni così si esprime a tale proposito: “Distrutta la vicina Ceramiti, circa il 1665, sotto Dragut Rais,
i saraceni, resi più audaci dalle facili conseguite vittorie, spiranti
distruzioni e stragi, si sferrarono con tutte le loro forze e con
tutti i mezzi dei quali disponevano, contro Parghelia […]. Dopo
alcune ore di combattimento, delle navi nemiche alcune sono affondale; altre lottano tra la vita e la morte; [...] i nemici furono sconfitti
e volti in fuga”. Nella Chiesa di Santa Maria di Portosalvo un dipinto posto nel
centro del soffitto, anche se di epoca molto più recente, ricorda
l'avvenimento, che era “pure riprodotto a colori in una antica tavola
votiva appesa all'altare della Madonna”. Di tale tavola, ancora
esistente nel 1917, non vi è ora più traccia. I marinai di Parghelia, all’inizio dell’ultimo decennio del XVII
secolo, fondano un “monte”, cioè una società di mutua assistenza,
da collegarsi, in futuro, con una costituenda Confraternita delle
Anime del Purgatorio. Il XVIII secolo è caratterizzato da un marcato dinamismo in campo
economico e sociale: nel paese è attiva una classe borghese che
dal mare, dai traffici marittimi e dalla pesca trae il proprio benessere,
la propria prosperità e la legittimazione al prestigio e all'ascesa
sociale. Anche la vita culturale del paese conosce una fase di apprezzabile
vivacità: il de Dolomieu ricorda, ad esempio, come quasi tutti a
Parghelia parlassero francese e molte furono le figure di parghelioti
che si imposero in campo culturale. Il 1783 è l'anno del terribile terremoto. Parghelia non subì,
immediatamente, gravi perdite di uomini e le statistiche concordano
nella stima dei danni (50.000 ducati), mentre, per il numero dei
morti, oscillano tra 0 e 5 vittime. Anche C. Bolla dichiara che
“meno offeso restò il greco lontano villaggio di Parghelia, villaggio
singolare, non per la grandezza e la ricchezza degli edifici, ma
per l'industria” dei suoi abitanti e la singolare bellezza delle
donne. Molti palazzi furono, comunque, distrutti e ricostruiti alla
fine del secolo o all'inizio dell'Ottocento. Il Galanti, inviato in Calabria da Ferdinando di Borbone nel
1792, ricorda Parghelia, il più grande dei casali di Tropea e la
sua marineria, che così descrive: “Marina di Parghelia. Vi sono
in Parghelia due feluche, le quali hanno circa 24 marinai ciascuna,
le quali fanno il viaggio di Francia, di Corsica, di Genova. Marina.
Oltre queste ve ne sono due altre che fanno il viaggio di Napoli.
Vi sono anche due altre paranze che fanno il tragitto continuo delle
Sicilie. I marinai sono circa 200, i quali fanno il loro negozio
sopra i detti legni o sopra legni esteri. Portano da ponente le
prime due feluche zuccaro. caffè, stamina. rabbellozzi, vellutini,
indaco, sale, calzette di seta, fazzoletti, cappelli, droghe, legni
da tingere, sottovesti ricamate ecc. Trasportano da Tropea coperte
di cotone, cotone filato, manifatture di seta di Catania a Catanzaro,
spirito di bergamotti e limoni di Reggio”. L'autore ricorda, poi. la miniera di “arena quarzosa” a Parghelia,
che ancora oggi esiste. Alle gloriose e tragiche vicende della Rivoluzione Napoletana
del 1799 parteciparono ben tre parghelioti, Antonio Jerocades* e
i suoi due nipoti, Andrea Mazzitelli e Onofrio Colace. Seguendo
la rotta dei commerci marittimi di Parghelia, Jerocades aveva importato
e diffuso le idee massoniche apprese a Marsiglia e Onofrio Colace
e Andrea Mazzitelli appartenevano entramibi a quella borghesia ricca
e colta, che aveva avvertito l'esigenza di un profondo rinnovamento
della società. Onofrio Colace, Giudice della Gran Corte della Vicaria, aveva
cercato di moralizzare con Fazione giudiziaria la vita pubblica,
degradata e profondamente segnata da una diffusa corruzione. Fu
decapitato a 53 anni il 22 ottobre del 1799 nella Piazza Mercato
in Napoli. Andrea Mazzitelli, formatesi nel Collegio Reale e nella Regia
scuola di nautica di Marsiglia, autore di un “corso teorico-pratico
di nautica (Napoli 1795), fù ufficiale della marina borbonica e
passò poi dalla parte dei repubblicani al seguito di Francesco Caracciolo;
fù impiccalo l’8 febbraio del 1800. Con il XIX secolo ha fine il sistema politico-amministrativo
del territorio demaniale di Tropea e dei suoi casali. Parghelia,
nel 1806, diviene comune autonomo e comprende nella sua amministrazione
le frazioni di Fitili, Zaccanopoli e Alafìto.
 A. De Coustine, che visitò la Calabria nel 1812, definì Parghelia
“un prodigio” per “il suo stato di cultura, di attività e di industria”.
L'8 giugno del 1812, scriveva: “Ho visto Parghelia ... È un luogo
unico in Calabria, per la pulizia delle strade, delle case, degli
abitanti […] All'ingresso di Parghelia, mi sono imbattuto in un
vecchio marinaio che conosce tutto il Mezzogiorno della Francia;
vedendo uno straniero, mi si è avvicinato e si è messo a raccontarmi
tutti i suoi viaggi. […] È la prima volta, dacché viaggio, che ho
trovato un'ospitalità del tutto liberale, franca e disinteressata.
[...] Gli abitanti del villaggio sono diversi da quelli degli altri.
Essi hanno una specie di cortesia, quasi direi di eleganza, nelle
maniere […] che ricorda l'antichità [...]. Le donne di Parghelia vivono come quelle degli antichi Greci.
[…] Hanno un'aria di modestia, di riserbo, che non è comune tra
le italiane. Con i loro veli bianchi e le loro vesti di scia, mi
ricordavano le figure di donne che si trovano nelle pitture greche
del Basso-Impero. […] Gli uomini quando il commercio è libero, viaggiano.
[...] Lasciando Parghelia, sono sceso sulla spiaggia del mare per
bagnarmi. Ho provato un piacere sconosciuto nel tuffarmi in questa
acqua così limpida e così calma; quando il sole la rende brillante
e il vento non muta le onde in cavallone [sic!], la si scambierebbe
per un superbo tappeto di seta damascata. Ero ancora occupato a
toccare questo prezioso tessuto, quando vidi il sole entrare nel
mare. Nulla può essere paragonato alle tinte del cielo e dell'acqua
al tramonto. Il cielo era del più vivo colore porporino, il mare
dell'azzurro più scintillante: questi due colori spegnevano tutto
e mi accecavano. Non potevo distinguere che i contorni delle isole
Eolie e delle rocce di Tropea. Il vulcano Stromboli, piramide sempre
infiammata, lanciava, in mezzo ai flutti, nugoli di fumo che -
come cupole ardite - s'inalzavano [sic] ad altezze prodigiose, in
un ciclo perfettamente calmo”. Con il XIX secolo ha inizio la crisi delle attività mercantili
e si registra l'assoluto prevalere dell'agricoltura con la produzione,
soprattutto, di ortaggi, tra i quali ha particolare rilievo la “cipolla
rossa”, che, già dai primi anni del ‘900, verrà esportata fin nelle
Americhe ed ancora oggi viene prodotta ed è facilmente reperibile
sui mercati locali. A partire, poi, dagli anni '80 del secolo scorso
anche gli abitanti di Parghelia conobbero la triste esperienza dell'emigrazione
verso le Americhe, per “cercar fortuna” e lavoro, allontanandosi
da una terra che, sebbene profondamente amata e radicata nella memoria,
non era più in grado di offrire alcuna prospettiva o di garantire
un dignitoso tenore di vita. L'8 settembre del 1905 un altro terribile terremoto distruggeva
Parghelia: era la fine di un mondo. Il paese da quella data è cambiato:
negli anni venti e trenta, con l'approvazione e l'attuazione del
nuovo Piano Regolatore, è stato ricostruito, assumendo un nuovo
assetto urbanistico e la fisionomia che ancora oggi lo caratterizza.
Del villaggio di Alafito, abbandonato dai suoi abitanti, non rimane
oggi altro che qualche rovina, mentre Zaccanopoli è diventato un
Comune autonomo. La vita di Parghelia è rimasta ancora legata al mare, attraverso
l'attività di lavoro sui transatlantici per il trasporto dei passeggeri,
che è perdurata fino a qualche decennio fa. Anche in questa fase
i nostri marinai hanno percepito l'importanza dell'associazionismo:
Parghelia è stato il primo paese della Calabria, nel 1948. a costituire
una Lega Marittima. Il clima e la bellezza delle coste, che si estendono per ben
8 km, hanno consentito lo sviluppo turistico degli ultimi anni:
ancora una volta il mare ha avuto un ruolo centrale nell'economia
e nella vita di Parghelia.
 * Antonio Jerocades nasce a Parghelia il 1° settembre 1738. La
sua formazione avviene presso il Seminario Vescovile di Tropea.
Ordinato sacerdote nel Natale del 1763. lascia Tropea nel 1765 e
si reca a Napoli, dove frequenta le lezioni di A. Genovesi, Qui
pubblica, nel 1768 presso la Stamperia Simoniana, il "Saggio dell'Umano
Sapere ad uso de’ giovanotti di Paralia", che contiene l'esposizione
del suo pensiero pedagogico. Nel 1767 gli viene assegnata una cattedra presso il Collegio
Tuziano di Sora. Allontanatosi da Napoli, Jerocades si reca a Marsiglia,
dove è iniziato alla Massoneria. Gli anni che vanno dal 1770 al 1783 sono segnati da una intensa
attività, che sfocia nella pubblicazione di numerose opere: "Esopo
alla moda" nel 1779, "Le parabole dell’Evangelio" nel 1782, "La Lira
focense" nel 1783. Fervida è anche la sua attività di fondatore di
logge massoniche. In occasione del terribile terremoto del 1783 scrive il "Terremoto
del Capo", in cui, celebrando la sua fede massonica, colpisce con
sferzante satira il clero locale, ignorante e corrotto. Nel 1791 è nominato Professore Onorario alla Cattedra di Filologia
per passare, due anni dopo, nel 1793, a quella di Economia e Commercio.
Alla sua attivita di Professore all'Università di Napoli sono da
collegarsi altre due sue opere, l’ "Orazione intorno alla Concordia
della filosofia e della filologia per l'apertura della nuova scuola
di storia della filologia", senza luogo né data, [ma Napoli, 1792]
e l’ "Orazione per l'apertura della Scuola di Economia e Commercio",
senza luogo né data, [ma Napoli, 1793]. Sempre nel 1793 pubblica
il poema "Il Paolo o sia l'Umanità Liberata". Nel 1799, dopo aver preso parte alla difesa della Repubblica
Partenopea, ripara ancora una volta in Francia. Ritornato da Marsiglia
a Parghelia nel 1801, è costretto al domicilio coatto nel Convento
dei PP. Redentoristi di Tropea, per avere osato, nell’ "Orazione
funebre per Vincenzo Jerocadi da Paralia". criticare il Cardinale
Ruffo. A Tropea, ancora prigioniero nella Casa dei PP. Redentoristi,
Jerocades muore il 18 novembre del 1803.
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